Fundstück - oggetti ritrovati: Ampelio Zappalorto

18 Giugno - 17 Luglio 2021
  • Fundstück

    oggetti ritrovati
  • Il rifiuto dell'utile

    Oscar Wilde nella prefazione del suo romanzo il ritratto di Dorian Gray (1890) afferma:

    “Possiamo perdonare a un uomo l’aver fatto una cosa utile se non l’ammira. L’unica scusa per aver fatto una cosa inutile è di ammirarla intensamente. Tutta l’arte è completamente inutile.

    Fu forse questa l'intuizione che ispirò Marcel Duchamp quando circa vent'anni dopo, nel 1913, presentò a New York l'opera “Ruota di bicicletta”, considerata il primo ready-made della storia.

    È solo la sensibilità dell'artista, afferma Duchamp, che rende possibile osservare il mondo banale dell'utile e rovesciarlo proponendo una nuova e più attenta lettura del reale.

    La ruota, l'orinatoio... visti da una differente prospettiva, tolti dalla propria funzione e valutati da un punto di vista estetico acquisiscono un differente valore e diventano significanti.

  • La sacralizzazione del rifiuto

    Entrano così nel lessico artistico tutta una serie di oggetti che mai prima erano stati utilizzati nelle arti plastiche: scarti, rifiuti, materiali d'uso comune fanno la loro comparsa all'interno delle composizioni degli artisti.

    Se nei primi collage di Picasso, nelle opere del Futurismo e Dada realizzate con ritagli di giornale o nelle sculture ready-made di Duchamp la provocazione è centro dell'intenzione artistica (attuando la necessaria rottura con il passato secondo l'atteggiamento distintivo delle prime avanguardie), negli anni seguenti, ad iniziare da Dubuffet, il rifiuto porta con sé una vitalità espressiva ed una energia ancestrale differente.

    Come scrive Lea Vergine, citando Guido Viale “i rifiuti sono un documento diretto delle abitudini e del comportamento di chi li ha prodotti; cioè testimonianze dei nostri bisogni”.

    Così, negli anni '80 e '90 artisti come Alberto Burri, Antoni Tàpies, Jannis Kounellis, incorporano nelle loro opere lo scarto, come memoria dell’umano, con tutto il carico di fascinazione e di catastrofismo.

    L'artista descrive con essi la società del consumo che domina l'esistenza contemporanea. Il rifiuto diventa critica al conformismo in una visione in cui tutti siamo potenziali scarti, specie gli artisti che non si conformano al sistema sociale dominante.

    L’accostamento al degrado, anche fisico, risponde alla necessità di confronto con la paura, onnipresente, della morte.

  • L'oggetto ritrovato

    Fundstück, ovvero l'oggetto ritrovato, nasce da una indagine nello studio d'artista di Ampelio Zappalorto. Ci siamo concentrati, insieme a lui, nella ricerca riguardante il periodo tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90.

    Cronologicamente precedenti ai suoi Berliner Werke, le opere plastiche di Ampelio Zappalorto sono fatte di terracotta, radio rotte, legno di recupero, lamiera, cartone e pigmenti.

    Sono espressione di un epoca ed un periodo di sperimentazione, fortemente influenzate da Joseph Beuys le cui opere Ampelio studiava ed ammirava in quegli anni. L'energia spirituale che Beuys ritrova nella scelta di materiali poveri ha forse indirizzato Zappalorto nella scelta della terracotta e di altri materiali naturali.

  • Punto focale dell'esposizione è l'opera "Senza Titolo" (1989-1990). Selezionata per la XLV Biennale di Venezia da Achille Bonito Oliva, ed esposta a Deteritoriale presso la fondazione Bevilaqua La Masa, l'opera è formata da alcune radio manomesse in modo da captare suoni distorti e rumori di fondo dell'etere e da 16 coni in terracotta che fungono da risonatori.

    L'opera, custodita in diverse casse di legno, dopo il trasporto dalla laguna veneta era quasi dimenticata (destino purtroppo anche di opere importanti, scambiate per oggetti abbandonati come "Fontana" di Duchamp, malauguratamente andata perduta ).

    In occasione della mostra, l'opera è stata restaurata e reintegrata di alcune parti mancanti andate perdute per poter essere esposta nuovamente dopo quasi trent'anni. è stata “ritrovata”.

    Come sottolinea Tiziano Santi, il carattere duale di "Senza titolo", per la contrapposizione dei materiali naturali e tecnologici, per l'unione ipostatica di opera fisica e sonora, la colloca sul filo della ricerca del doppio, tematica di fondo delle opere di Zappalorto.

    Anche l'opera "Tre" (1990) esprime la stessa ispirazione: scatole di lamiera piegata sono appese tramite un filo metallico, che rappresenta una sorta di antenna orientata verso l'alto, a captare frequenze ultraterrene mentre la lamiera si mostra nella sua brutale corporalità. "Tre" rappresenta una crocifissione, per questo motivo l'artista la accosta in mostra alla sua prima opera autografa ritrovata nel suo archivio: "Esecuzione" (1970).

  • Ampelio Zappalorto
    Senza Titolo, 1989-90
    zinco, terracotta, radio, altoparlanti, batterie.
  • Le sculture di Zappalorto della fine anni '80, scrive Tiziano Santi, sono sempre delle scatole, dei contenitori. è nella logica duale di contenitore-contenuto, corpo-mente che si muove la ricerca di Ampelio. La bruttezza, caducità, povertà, imperfezione del contenitore in antitesi con la poetica vacua bellezza del contenuto. Lo stesso artista dice “dovrebbe esserci qualcosa dentro, almeno credo”. A volte il contenuto è di sola luce, emessa attraverso fori praticati nell'esterno delle scatole, altre volte l'interno è totalmente celato e le scatole conservano solamente l'energia del vuoto.

    "Avello", "Cenotafio"... i titoli delle sue opere non lasciano dubbi all'interpretazione: le scatole metalliche e lignee sono monumenti funebri presentati, talvolta, con una certa ironia quando titola, ad esempio, una sua opera "Cenotafio di un'artista sotto sfratto" (1990-93).

    Un senso di sparizione, di abbandono, di tragicità viene emanato da questi lavori. L'oggetto trasformato in monumento funebre, lasciato arrugginire evoca il dissolversi della memoria, il vuoto che contiene. C'è però sempre da considerare la dualità, un arcano significato magico richiamato dai titoli delle opere che sono presi dalla cabala e dalla numerologia. Ampelio presenta il mistero.

    Forse l'opera più controversa dell'artista è la recente "Loop" (2020): un filmato ripreso con il telefonino di un'oggetto mosso dalla corrente che non riesce a staccarsi da un vortice che lo sospinge sempre indietro. Zappalorto si rivede in quel rifiuto galleggiante, nel polistirolo di un contenitore abbandonato. Non è nemmeno un oggetto, ma un contenitore come le scatole che realizzava negli anni '90. Questa emozione, questa visione ripresa durante una fuga dal lockdown nel periodo della pandemia diventa metafora della noia ripetitiva e della mancanza di libertà. Lo stesso artista fatica a definirla come opera: “è più una didascalia, un sentimento, un oggetto trovato in cui ho visto la mia esistenza”.