L'Azione Espansa (Gina Pane - Silvia Giambrone)

SILVIA GIAMBRONE. Catalogo della mostra personale realizzata presso la Galleria CreArte, in un ideale parallelo di continuità e dialogo con le opere di Gina Pane
Curated by Carlo Sala, 2016
Hardcover

Edito da: CreArte

Dimensioni: 18.5 x 22.5

pagine: 85
€28.00

 

GINA PANE - SILVIA GIAMBRONE

L'azione espansa

 

di Carlo Sala

 

Una bambina con le braccia alzate stringe le mani della madre in una posa giocosa, complice e carica di affetto durante una delle loro consuete passeggiate bucoliche. Nella foto di famiglia (poi raccolta nell'edizione artistica Gina Pane, Moments de silence: I. Recueillir en 8 documents novembre 1969 octobre 1970. Torino, Galleria LP 220, 1970) si vede Gina Pane con la genitrice durante un momento di serenità della sua infanzia trascorsa in Italia, nelle colline piemontesi. Se mettiamo in relazione quest'immagine con quelle tratte dalle sue storiche performance - dove il corpo diviene materia creativa e terreno di indagine esistenziale anche per mezzo del dolore - sembra emergere una distanza incolmabile tra questi due momenti della vita dell'autrice. Tuttavia una simile prospettiva va rovesciata perché le principali opere del periodo che ha visto la sua adesione alla poetica della body art hanno come premessa proprio uno scavo all'interno della memoria personale - e di qui la creazione di nuovi di puzzle mentali - in un processo che permette di riconnettere l'io all'altro, trattando il corpo come uno strumento essenzialmente sociologico. Quest'ultima concezione è uno degli aspetti più cogenti del contributo della Pane al dibattito artistico e culturale degli anni Settanta, all'interno del quale l'artista ha ragionato su come sia possibile liberare il corpo delle maglie sociali che lo nòrmano, denunciando così «i sovrameccanismi ovunque essi si trovino: ARTE/SCIENZA/POLITICA/QUOTIDIANO». 

Nell'attuale società occidentale post-industriale - dove le grandi contrapposizioni ideologiche hanno perso parte del loro vigore e molte battaglie di emancipazione sono state compiute - le dinamiche che condizionano il corpo spesso assumono una dimensione smaterializzata (o perlomeno che si esterna con minore evidenza) tanto da risemantizzare il concetto stesso di biopolitica. Ciò impone pertanto una riflessione più mirata 

sull'uso artistico del corpo e sulle modalità espressive attraverso cui esso possa essere indagato: proprio su tali interrogativi è imperniata l'esposizione Gina Pane - Silvia Giambrone. L'azione espansa, che mette in relazione il lavoro della grande performer francese con l'opera dell'autrice emergente italiana attraverso un gioco di assonanze e attualizzazioni di temi comuni. [...]

 

 

[...] Il lavoro della Giambrone, che idealmente apre il colloquio tra le due artiste, è Teatro anatomico (2012), performance realizzata al MACRO Testaccio a Roma, durante la quale un medico cuce direttamente sulla pelle dell'autrice un colletto dalle fogge tradizionali: il risultato è un'azione sospesa tra l'inquietudine sottesa al dolore che il gesto provoca ed il senso di rassicurante familiarità che possiede quell'oggetto di gusto desueto. L'artista lo sceglie per ragionare sulla condizione femminile, prendendo a pretesto la pratica del ricamo e le ambiguità ad essa connesse: se da un lato l'attività è vista nella sua accezione migliore, ossia come antico sapere tradizionale e storicamente una delle poche attività lavorative concesse alle donne per la loro emancipazione; dall'altro essa è valutata come segno di adesione ad una cultura di genere entro cui rimanere intrappolate. Alla performance sono legati degli altri lavori basati su una medialità differente, di natura scultorea e installativa, come Eroina (2012), Made in Italy (2012) e Collars (2012). Quest'ultimo vede traslata su una lastra di zinco mediante corrosione l'impronta del colletto usato durante l'azione: un rapporto mimetico tra i due lavori che testimonia la dilatazione e perpetuazione del gesto in nuove forme capaci di completare la riflessione precedentemente avviata.

Il passaggio da Teatro anatomico a Collars, che espande il concetto di azione, permette di distinguere tra un'idea più tradizionale di performance, espressa nel primo lavoro, da quella di performativitàdell'oggetto, espressa nel secondo. Nel primo caso prevale un codice di gesti e azioni, generalmente di carattere minimale, di durata limitata e di natura effimera, realizzato dall'artista o un da un altro performer; nel secondo invece tutto s'impernia attorno all'oggetto - nella sua realizzazione, nella sua presenza fisica compiuta e nel desiderio di possesso che scatena - inteso come un fattore tutt'altro che neutro perché capace di provocare dei condizionamenti impliciti che, nel caso del colletto prima ricordato, rimandano ai confini, ai limiti della cultura gender. Un simile ragionamento è presente in Eroina (2012), dove la molecola della sostanza stupefacente è ricamata all'uncinetto: nella scelta tematica di rappresentare una droga che conduce al distacco dalla realtà è sotteso un parallelismo metaforico con la intangibile "reclusione" nel recinto sociale di genere provocato dall'attività connessa alla creazione di quell'oggetto.

 

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